Il suo vero nome è Farida, ma tutti la conoscono come Faris. È una ragazza, ma in realtà per undici anni tutti hanno pensato che fosse un maschio. Ha rinunciato a essere una donna il giorno in cui suo fratello è morto, allora aveva solo dieci anni e governavano i talebani. Suo padre era malato e non poteva mantenere la famiglia, sua madre era una donna e non poteva uscire come volevano i talebani. Non poteva andare a lavorare, non poteva andare a scuola, non poteva andare da un medico maschio. Le sue sorelle non erano abbastanza forti e coraggiose, solo Farida, in mondo dove contavano gli uomini, poteva indossare i pantaloni e ingannare tutti. Ha cominciato a lavorare in una bottega dove intrecciavano la paglia, ma ha fatto anche l’operaio e il contadino. Cresceva e viveva con i maschi, mangiava, pregava, camminava con loro. Nascondeva un segreto che se scoperto l’avrebbe uccisa. Ferita e ustionata da un colpo di mortaio che ha colpito casa sua, non si è mai fermata. Anzi, le cicatrici al viso impedivano ai suoi lineamenti femminili di sbocciare. Poi ha cominciato a crescere. E allora si schiacciava il seno con delle bende. Si tagliava i capelli corti. Modificava la voce. Neppure il suo migliore amico sapeva che lei non era un ragazzo e che i loro giochi di ragazzini erano tutti un inganno. Di certo lei, in un paese un cui le emozioni sono imprigionate da tradizioni più profonde dei burqa, non poteva dirgli che ne era innamorata. Adesso Faris è tornata a Farida. In questo Afghanistan ancora schiacciato dalla violenza, è tornata ad essere una donna e continua a lavorare con velo che le incornicia il viso e un vestito che le fascia il corpo finalmente libero.