Si scrive Turkmenistan ma si legge Nabucco. Non si tratta di un gioco di parole o di un indovinello di difficile decriptazione. Il Turkmenistan è una delle cinque repubbliche dell’Asia centrale che facevano parte dell’Unione Sovietica. Grande una volta e mezza l’Italia con una popolazione di 5 milioni di abitanti, è rimasto dimenticato nella nuova geografia che ha sconvolto il pianeta all’inizio degli anni Novanta sia per le vicissitudini interne che per il disinteresse di Europa e Stati Uniti. Fino al 2006 è stato confinato nell’isolamento imposto dal dittatore Sapamurat Nyazov. A pochi era concesso di uscire e a pochissimi stranieri era permesso entrare nel paese.
Quando mi recai laggiù nel 2005 stentai a credere che ancora nel Duemila si potesse vivere in quel modo. Sembrava un film di fantascienza. Tutti vestiti uguali in un mondo artificiale di nuovi edifici in marmo di Carrara a disposizione dell’elite al potere tra busti, monumenti, grandi poster, e riproduzioni kitsch del volto di Nyazov. La presenza soffocante della polizia in ogni angolo della capitale Ashgabat ricordava, per chi non l’avesse capito, che il padre della patria non poteva essere messo in discussione. Nyazov è improvvisamente morto nel dicembre del 2006, ma la situazione non è cambiata di molto. Il suo posto è stato preso da Gurbanguly Berdymukhamedov che a parole ha annunciato un nuovo corso di riforme ed aperture ma nei fatti ha mantenuto una presa ferrea sul potere confermando lo stato di polizia.
L’Unione Europea ha fame di energia e sta cercando di definire gli scenari futuri che possono garantire la propria sicurezza energetica. Nabucco è il nome dato al gasdotto che dovrebbe convogliare il gas del Mar Caspio verso il vecchio continente senza dover passare attraverso la Russia e l’ingombrante e discusso controllo di Putin e di Gazprom, la compagnia che costituisce uno degli strumenti principali della politica estera russa. Gli ultimi studi confermano il Turkmenistan al quarto posto per quanto riguarda le riserve di gas naturale al mondo. Entro la fine di quest’anno, il consorzio di imprese che ha dato vita al progetto Nabucco dovrebbe concludere tutti i contratti per partire con i lavori.
Il Parlamento Europeo da un paio di anni è impantanato nel dibattito se approvare o no un accordo interinale di commercio con il Turkmenistan. Conta di più l’urgenza di rafforzare la sicurezza energetica del continente o la necessità di rispettare i diritti umani che sono alla base del processo di integrazione europea? L’assemblea di Strasburgo è sul punto di cedere. Lo impongono la pressione crescente ed i tempi stabiliti dalle imprese contro quelli più lenti e condizionati che vorrebbero le organizzazioni per i diritti dell’uomo. I cittadini europei sono disposti a rinunciare a parte del proprio benessere per salvaguardare le libertà degli abitanti del Turkmenistan? È un dilemma che si pone ogniqualvolta ci si trova a dovere stabilire le relazioni con un paese privo di democrazia. I turkmeni non votano, gli europei sì. Non bisogna dimenticarlo, quando infiliamo la scheda nell’urna.