Sono passati ormai cinquant'anni da uno dei più grandi e significativi avvenimenti del millennio appena tramontato: l'elezione come vescovo di Roma, e quindi Papa, di un cardinale di campagna qual era Angelo Roncalli che prese il nome di Giovanni XXIII: era il 28 Ottobre 1958. Chiamato alla cattedra di Pietro, sicuramente anche per motivi umani di calcolo diplomatici, il Signore ha voluto fare di questo “vecchietto” un profeta di tempi nuovi.
Giovanni XXIII ebbe il coraggio di fondare le sue scelte, soprattutto quella del Concilio Ecumenico, non prima di tutto sulla sua autorità di sommo pontefice ma su un «incitamentum divinum» (una spinta divina) ossia come risposta ad un'intuizione profetica. Nel suo discorso di apertura del Concilio – il più “universale” di tutta la storia della Chiesa d'Oriente e d'Occidente – Giovanni XXIII non ebbe paura di scagliarsi contro i profeti di sventura che vedono tutto nero e di porsi come un profeta che vede la promessa del giorno proprio nella buia notte.
Mentre molti vedevano nella Chiesa e nel mondo come un lungo inverno, Giovanni XXIII ebbe il coraggio di parlare di venti nuovi e di organizzare una sorta di grande festa della Primavera quale fu il Concilio. Ma oltre a parlare di primavera ebbe pure il coraggio di parlare di una nuova Pentecoste che è proprio la festa che fa iniziare la raccolta dei frutti propria dell'estate. La Chiesa tra primavera ed estate. La Chiesa di oggi sta cercando di far maturare i frutti di quella primavera che fu il Concilio perché, appunto, allo stupendo scintillio dei fiori con i loro colori variopinti e i loro profumi ammalianti segua la stagione dei frutti maturi e gustosi capaci di sfamare e guarire ogni sorta di bisogno e di desiderio.
Se non c'è un'estate senza primavera rimane pur vero che ci può essere una primavera senza estate. Il tempo presente è come un tempo di passaggio tra due stagioni in cui può mancare l'entusiasmo della prima e la soddisfazione della seconda ma proprio per questo è il tempo dell'autenticazione, della verità della prima e della promessa della seconda e ciò dipende molto e soprattutto dalla pazienza di ciascuno di attendere al proprio lavoro, di portare avanti il proprio impegno con fedeltà e perseveranza, senza fughe né in avanti né indietro.
Fratel MichaelDavide, OSB