Tutti conosciamo lo stupendo inizio del Vangelo secondo Giovanni in cui l’apostolo non ci parla della nascita di Gesù di Nazareth bensì attira tutta la nostra attenzione sul “Verbo/Logos”. Il Logos viene presentato nella pienezza del suo «mistero nascosto da secoli» (Col 1, 26) che si rivela primariamente come un di relazione intima – pròs tòn Theòn – da cui scaturisce, del tutto naturalmente, il suo effondersi come principio di creazione e di continua ri-creazione fino a dire con solennità rara: «Il Verbo si fece carne a pose la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1, 14)
L’icona che l’evangelista Giovanni descrive del Verbo che si fa carne, che si fa storia, che si fa evento ha contorni assai precisi e si attua totalmente e radicalmente nel continuo gioco – potremmo definirlo intreccio mirabile tra luce e tenebre – della relazione tra il Verbo e Dio – il Padre – il cui essere rivolti uno verso l’altro fonda l’essere l’uno presso l’altro, quindi ad essere Uno e Altro al contempo. Le prime parole del quarto vangelo non fanno che riprendere le prime righe del Genesi in cui il mistero di Dio si rivela appunto nella sua capacità e volontà di alterizzarsi nella creazione senza mai alterarsi, o peggio ancora, de-generarsi nel flusso mutevole dello scorrere della storia come veniva e viene temuto da altri approcci filosofici e religiosi. Al contrario, come spiegava già Giovanni Scoto Eriugena, nella tradizione cristiana gli estremi si toccano sempre e i contrari si congiungono: «… l’aquila, con volo tranquillo, discende dalle altissime cime della montagna della teologia nella profondissima valle della storia e così, lasciando il cielo per la terra del mondo mistico, richiude le ali della sua sublime contemplazione»[1]
Il prologo assoluto della storia della salvezza dice e ridice continuamente il fondamento di ogni esperienza di salvezza che si trova appunto nell’eternità, così come lo troviamo nel racconto della creazione nel Genesi e nella contemplazione che apre il vangelo mistico di Giovanni, non fa che metterci di fronte al mistero di un Dio che osa il plurale proprio nel delicatissimo momento in cui pone il sigillo della sua opera creatrice con l’audacia di creare l’uomo come maschio e femmina in cui la sua immagine e la sua somiglianza sono in certo modo “alienate” per un immenso atto di fedeltà alla propria struttura di fondo: «E Dio disse: “Facciamo l’uomo”…» (Gn 1, 26).
Nel mistero del Natale che sarebbe sempre meglio indicare come il mistero dell’Incarnazione, il Verbo assumendo la nostra natura umana ci restituisce il nostro progetto di umanità che è un processo di divinizzazione nemico di ogni de-incarnazione. Mentre in questi giorni i nostri occhi stupiti si posano sul Dio fatto bambino, concediamoci un attimo di meditazione e posiamo lo sguardo del nostro cuore sul progetto di umanità cui siamo chiamati ad acconsentire.
Buon Natale… buona incarnazione!