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  Forum  Sguardi fuori P...  Niccolò Rinaldi  Aspettando con Mary Robinson - Gaza, novembre 2008
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Nuovo messaggio 12/11/2008 9.42
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Aspettando con Mary Robinson - Gaza, novembre 2008 

Gaza, il varco di Gaza, Gaza è un varco, entrare a Gaza, uscire da Gaza, e ancora: queste parole si rincorrono l'un l'altra, plasmate dalla storia della piu grande prigione di inizio secolo. Così, piantato davanti al valico di Eretz, contemplo il varco. Ho tempo in abbondanza, ce ne vorrà prima che la delegazione del Parlamento Europeo possa passare attraverso il primo blocco, per accedere al futuristico e ipertecnologico terminal della frontiera.Alla fine per passare a Gaza ci saranno volute oltre due ore. Eretz non offre svaghi, tantomeno compagnia: per via del blocco imposto, il valico e deserto, il movimento di persone si limita a qualche decina in tutta la giornata - funzionari internazionali, operatori umanitari, qualche palestinese specialissimo. Gaza deve stare chiusa e, non ci si sbagli, la volontà di Israele in questo non è solitaria, ché anche Egitto e la stessa Autorita Palestinese controllata da Fatah sottobanco concordano che Hamas debba pagarla, e che tantomeno possa controllare posti di frontiera (una volta attraversato Eretz, ci s'imbatte poi nella sequenza di un doppio controllo palestinese: il primo dell'Autorita Palestinese, che non conta più niente a Gaza ma che è riuscita a mantenere un controllo nominale di frontiera, e il successivo di Hamas, che neanche ti ferma).

Siamo partiti presto da Gerusalemme, sono appena le otto e già picchia il sole. Ci sono solo due realtà umane a Eretz. Dentro un gabbiotto blindato, una ragazza israeliana sovrintende alle richieste di passaggio. Come ormai quasi sempre nei check-point non c'e alcuna possibilità di contatto fisico con lei, la comunicazione avviene solo con un altoparlante che mantiene le debite distanze. Non è una militare,è una vigilantes civile, perché molta parte delle procedure di sicurezza sono ormai "outsourced" a ditte private, certo meno addestrate e anche meno responsabili nel saper gestire alcune situazioni. È tutto molto tecnologico, molto burocratico, scordarsi un approccio umano, sotto il sole di Gaza. Ma davanti a questa asettica professionalità c'imbattiamo in una visione che viene da un altro mondo: una signora palestinese vestita molto poveramente, accompagnata da una ragazza di una quindicina d'anni. Appena ci vede si rivolge concitata a noi, parla in arabo e l'interprete traduce. Si trova a Eretz da tre giorni insieme alla figlia e al figlio di dieci anni, che giace disteso vicino, sdraiato su una coperta. Il bambino è malato di leucemia, torna da un breve trattamento in un ospedale israeliano (quanto a Gaza, negli ultimi sei mesi la mortalità negli ospedali è cresciuta di oltre il 40% per mancanza di medicinali). Vuole rientrare a Gaza, ciò che non dovrebbe costituire un problema per Israele, e tuttavia dal gabbiotto non la lasciano passare. Sono tre giorni e tre notti che giace davanti alla gabbia, sull'asfalto, sperando che accada qualcosa, ma dal gabbiotto sono inflessibili. Nessun aiuto, nessuna spiegazione, non può passare e basta. E i bambini con la leucemia non solo non vivono a lungo, ma hanno bisogno di andare spesso al bagno. Ci mostra i passaporti, quasi piange sperando che la si possa aiutare, e ci proviamo con la ragazza del gabbiotto. A volte basta poco, e le chiediamo perché non possa passare, perché non chiama qualcuno che se ne prenda cura - perché, perché… ma ci strilla solo qualcosa sui nostri passaporti e non si riesce a ottenere niente. Verso la donna palestinese nemmeno uno sguardo. Noi le diamo dell'acqua, dei soldi, andiamo dal bambino, pervasi dal solito senso di impotenza. Quante cose da chiederle - il marito? le condizioni del figlio? le forme di sostentamento a Gaza? la continuazione del trattamento? Si apprende solo che un altro figlio le è gia morto, sempre per leucemia.
A un tratto arriva un convoglio delle Nazioni Unite. Strombazza al cancello ma viene fermato. Anche la loro attesa si prolunga e alla fine scende dall'auto Mary Robinson, ex presidente dell'Irlanda, ed ex alta Commissaria ONU per i Diritti Umani. Gli accompagnatori insistono presso le guardie, ma anche lei è messa ad aspettare, come il nostro gruppetto del Parlamento Europeo. La persona giusta per risolvere il caso, pensiamo, e con la deputata Luisa Morgantini la avvicino, elegante e dritta sulla schiena, imperturbabile per lo sgarbo protocollare che sta subendo. Le chiediamo se nel frattempo può intervenire per la donna palestinese e suo figlio malato di leucemia. Ascolta con un'impercettibile smorfia di compassione, volge un'occhiata alla donna, risponde a mezza voce che è una brutta storia. Ma non muove una foglia, non chiede a nessuno del suo seguito di intervenire; con Luisa ci guardiamo sconcertati, ci scambiamo qualche commento, e tanto peggio per lei se capisce l'italiano, possibile che resti indifferente? Riproviamo, ma la signora Robinson non batte ciglio, il ragazzino con la leucemia è una visione vicina, ma non c'è un solo gesto; resta ad aspettare, restiamo tutti ad aspettare, lei, la disastrata famiglia palestinese, io, Luisa, i pochi altri. Ci scambiamo qualche altra parola, tutto è sfumato, imbarazzato, seccato per l'attesa, tutti sperano, individualmente, che duri il meno possibile, nessuno eècontento del proprio ruolo che deve svolgere. nessuno è all'altezza della situazione. Ma l'attesa dura, per tutti.. solo che per un bimbo con la leucemia e sua madre dura da tre giorni.
Guardo Mary Robinson, artefice di prese di posizione coraggiose, e ora vicino a me, impettita, elegante, con l'aria di chi ha le idee chiare di quello che deve e non deve fare, cinica sotto il nostro stesso sole, nell'anticamera di Gaza, un luogo della storia, una storia plasmata anche da episodi come questo, visioni che capitano solo al capezzale di Gaza. Mary Robinson ha indossato una maschera di indifferenza, che cela probabilmente la nostra comune compassione. Compassione non solo per un bambino con la leucemia e sua madre, trattati così, ma anche per la ragazza nel gabbiotto e i suoi colleghi, che ormai, nella loro durezza, esprimono una società che sta smarrendo i fondamenti elementari dell'umanità.
Ricordo la piccola lezione impartitami da un'altra anglosassone, una politica di razza, lord e vice-presidente della commissione esteri dell'europarlamento. Ci trovavamo ancora a Gaza, durante la prima intifada, bloccati per sei ore e mezzo a un chek-point israeliano sull'unica strada che all'epoca, fra le tante colonie ebraiche, permetteva di passare da una parte all'altra della striscia: eravamo tutti fermi (il ministero degli esteri israeliano ci rassicurava telefonicamente invano che era questione di pochi minuti), e restavo incredulo e scandalizzato in quella coda di chilometri fra gente umiliata. C'era di tutto: il giovane dallo sguardo mesto che covava rabbia, i bimbi che piangevano, le donne in disparte, l'anziano mortificato che mai aveva previsto di finire i suoi anni così. Imperturbabile, e pur simpatetica alle sofferenze dei palestinesi, la mia baronessa mi ammonì: "Niccolò, remember, don't go native, never". Going native: condividere con gli indigeni, compatire con loro, mescolarsi. E invece restare altri, distaccati, osservatori o attori equilibrati, condizione dell'efficacia e del poter agire nell'interesse di tutti, senza lasciarsi travolgere dalle emozioni. Anche questo è il nostro lavoro, dopotutto.
Altrove, talvolta ho cercato di fare tesoro di questa lezione; a Gaza, o sotto il muro in Cisgiordania. No. Risposi qualcosa come "Emma, ma io sono mediterraneo (sensibile) e fiorentino (strana gente: lucidi, dissacranti, e anche impulsivi)."
Così l'ex presidente irlandese ed ex Alta Commissaria ONU per i Diritti dell'uomo non va native. Aspetterà anche lei sotto il sole, con flemma amara, che dal gabbiotto ermetico una ragazzina "outsourced" le faccia un cenno. Accanto a lei hanno aspettano anche gli altri, ciascuno col suo fardello, la sua età. A Eretz si direbbe che non c'è nessuna casta, la si potrebbe anche chiamare democrazia.
 
(I protagonisti dell'attesa hanno poi proseguito così. Dopo un'oretta Mary Robinson è stata lasciata passare, dopo poco anche noi; nel frattempo avevamo chiamato la Croce Rossa e una ragazza olandese si e presa cura della famiglia palestinese, compilando alcune carte per un permesso speciale; a fine giornata, ormai sulla strada del ritorno e in uscita da Gaza, abbiamo rivisto il povero trio, mentre stava finalmente arrancando oltre il posto israeliano, dentro Gaza, verso casa.)
 
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