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Nuovo messaggio 10/04/2009 16.33
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Sakina 
Il secondo girone dell'inferno si trova un po' fuori dal centro di Kabul. La strada diventa in fretta una poltiglia di fango che inghiottisce le ruote delle macchine. Si guada verso una piccola casa. Di fronte un campo profughi traboccante di bambini poveri che lasciano strisce di muco, polvere e sporcizia sui vetri della macchina. In coro gridano “choco, choco”, spalancando gli occhi in sguardi voraci, e la bocca in sorrisi divertiti. Non sanno che al di là della porta, seduta in una stanza aspetta il dramma. Il dolore, la rabbia. Ha l'aspetto di una ragazza, con un vestitino tradizionale rosso, un paio di ciabatte di plastica, e un burqa arrotolato sulla testa che le incornicia un viso pulito. Gli occhi sono fieri, le labbra piene, le guance brillano del rossore di una timidezza che sparirà in fretta, mangiata dalle sue parole.
Aveva quindici anni quando suo nonno l'ha venduta. Il padre era morto e la sua famiglia aveva bisogno di soldi. Viveva in un villaggio non lontano a Mazar-e Sharif, una cittadina del nord, relativamente tranquilla. Da un po' di tempo la famiglia del futuro marito insisteva, volevano a tutti i costi quella ragazza dall'aspetto candido e innocente per il loro figlio. Le trattative furono concluse dal nonno e dalla futura suocera. Alla piccola Sakina che ora di anni ne ha 17, non venne mai chiesto niente. Un giorno le dissero che si sarebbe sposata, senza dirle con chi.
Il giorno del matrimonio organizzarono una festa. Poi le portarono il marito. Tra le mani aveva un giocattolo e strattonava la madre perché lo lasciasse andare a giocare in giardino. Il suo futuro marito aveva 8 anni. Sakina corse dalla madre e la pregò di non farlo. Lei non voleva sposarsi, non voleva andarsene, non voleva e basta. Le venne detto che ormai tutto era stato organizzato, che erano stati dati dei soldi che loro avevano già speso. Doveva sposarsi per il bene della famiglia e a malincuore, lei si arrese.
Per i primi tre giorni non accadde nulla. Suo marito giocava, la suocera la bistrattava, le mancava sua madre, ma tutto sommato non poteva dire di stare male. Poi arrivò la sera. La suocerà la portò in camera, la chiuse dentro, arrivarono tre uomini, e uno dopo l'altro la violentarono. Sakina non sapeva che era appena diventata una prostituta, non sapeva neanche cosa fosse la prostituzione, quando si ritrovò ogni sera alla mercé di clienti che abusavano di lei.
“Ho lottato con tutte le mie forze. Non ce la facevo”, dice Sakina che quando racconta sembra che parli di un'altra. Solo il fremito di dolore che le fa tremare le labbra fa capire che è lei, la ragazza, la bambina di cui parla. Si anima nel racconto, era partita timida e pacata, ma le sento montare la rabbia man mano che racconta. Ad un certo punto parla così veloce che il mio traduttore non riesce neanche a fermarla per tradurmi. Io lo blocco. La lascio andare. Non importa quello che capisco io, ma quello che ha da dire lei.
Ad ogni modo, da quel momento in poi, per due anni, non vedrà la luce del sole. Dopo un paio di tentativi di fuga, e tante botte, la chiusero nella sua stanza, lì mangiava, dormiva e perdeva il suo corpo. Poi un giorno, dopo l'ennesima battuta familiare, con il viso tumefatto, convinse un cliente a comprarla. Finse di voler stare con lui. L'allocco schifoso, pagò dei soldi e se la portò a casa. Ma durante la notte, lei gli prese tutti i soldi che riuscì a trovare e scappò, arrivò alla stazione di taxi, diede i suoi orecchini in cambio del passaggio e si fece accompagnare vicino a una stazione di polizia. A uno di loro raccontò per la prima volta la sua storia. Lui la prese e la mise in galera, poi chiamò la famiglia e stavano per venirsela a prendere, quando da un'altra stazione di polizia venne fuori che c'era un'indagine in corso sulla famiglia della suocera. Non era la prima volta che faceva sposare il bambino a delle donne che finivano per diventare schiave e prostitute. Quindi Sakina rimase in prigione. La vecchia famiglia per paura di ritorsioni non la voleva. In qualche modo è finita a Kabul, dove sono un po' meno arretrati, e ora Sakina da tre mesi è in un centro antiviolenza, protetta dai muri di una casa sicura.
Tutto quello che voglio dalla vita è studiare. Vorrei andare a scuola come le ragazze della mia età. Non voglio diventare come mia suocera. Non so cosa ho fatto di male. Ma se mi tenete qua, non lo farò più. Qui sto bene, qui mi trattano come non sono mai stata trattata. Voglio questo, restare qui e studiare, se è possibile”.
 
 
Sono storie che non c'è bisogno di commentare. Ieri è stato un lungo pomeriggio. Non è facile neanche ascoltarle. Dopo Sakina, un'altra. E poi ancora, sembra che l'Afghanistan sotto ogni pietra nasconda un disastro. Ma poi c'è gente che le aiuta, come la direttrice della casa, una ragazza di 30 anni agguerrita come tigre. È per loro che bisogna continuare a venire in questo paese. Ma un'altra cosa vorrei dire. Molti tra voi sono nuovi amici. Ormai la mailing list, è diventata incredibilmente varia. Siete tutti miei amici a diverso livello, qualcuno di lavoro, qualcuno di scuola, qualcuno di ballo.
Mi piace rendere partecipe dei mondi che attraverso al di là degli articoli suoi giornali. Alcuni di voi si ricorderanno di Amanda, la mia amica giornalista canadese, di 27 anni, rapita l'agosto scorso in Somalia. È una freelance come me. In otto mesi il suo governo, non ha fatto nulla, né le testate per le quali ha lavorato. Mi ricordo quando qualcuno ad Avvenire mi disse “Sai, se ti succede qualcosa, per noi è un problema”. Sono un problema per voi se mi succede qualcosa e poi torno, risposi.
Ieri un giornale somalo, ha scritto che Amanda sarebbe incinta di uno dei rapitori. Una volta ha tentato di scappare, ma è stata ripresa. Io non posso pensare che il destino di quella ragazza sia lì. Voleva solo raccontare una storia. Non si può essere dimenticati per questo. Penso che, per chi avrà voglia di aiutarmi, o semplicemente di fare qualcosa che è giusto, bisogna pensare a come fare pressioni sui canadesi. E se a loro non interessa, allora forse bisognerà trovare il modo per tirarla fuori di lì.
 
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