Le strade di Kabul si perdono all'orizzonte delle montagne. Al di là delle cime innevate c'è un altro mondo, non quello frenetico della capitale, dove i clacson non smettono di strombazzare, le donne imprigionate dal burqa di tentare di attraversare con pesanti borse traboccanti di verdure. I bambini giocano a palla, scorazzano tra le pozzanghere, lanciano gridolini mentre il rumore dei generatori soffoca le loro risatine.
In un palazzo semidistrutto entro nel primo girone dell'inferno di questa giornata interminabile. È il vecchio centro culturale russo, distrutto dal tempo e dalle guerre. I fori dei proiettili, le voragini dei razzi ricamano l'edificio e hanno lasciato il loro marchio di odio. Doveva essere un bel palazzo, circondato da un giardino, ora invece affonda nel fango. Mi muovo tra le sabbie mobili mentre i fantasmi mi girano intorno, mi guardano, ma non mi vedono. Stanno accovacciati, alcuni sdraiati, il braccio destro con la manica sollevata e il segno degli aghi. A qualcuno pende ancora la siringa dal braccio. Sono sporchi con i capelli arruffati. Si muovono con lentezza, altri sembrano morti. Qualcuno urina contro il muro, qualcun altro nei pantaloni.
Sembrano coperti di fuliggine, in realtà sono sporchi. Parlo con un medico, cerco di intervistare qualcuno di loro. Traboccano di desolazione, di abbandono. Non fanno paura perché l'eroina spegne. Sembrano incapaci di qualsiasi gesto veloce. Il dottore distribuisce siringhe. Ci sono centinaia di persone, una sfilata di zombi, che galleggiano nell'immondizia di un palazzo abbandonato sventrato dall'orrore e dai colpi di uno uomo che martella un muro con il pugno. Non c'è luce e il traduttore non si fida di stare troppo. L'odore è nauseabondo. Mi ricorda i quartieri di Teheran, non a caso la maggior parte di questi drogati hanno cominciato a farsi proprio lì da profughi.
Ascolto qualche storia che esce da gole rauche bruciate dal fumo dell'oppio. Ci manca l'aria nonostante i buchi nei muri e torniamo nel fango del cortile. Ci buttiamo in un parco dove le famiglie passeggiano sorridenti, i bambini giocano, le ragazzette mandano messaggini con il cellulare. I giardini di Babur, un posto bellissimo per riconciliarsi con Kabul e per affrontare il prossimo girone, un centro-antiviolenza per giovani afghane...ma questa è un'altra storia...