Solo qualche giorno fa ricorreva l’anniversario – il cinquantesimo – dell’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II da parte di papa Giovanni XXIII. Una notizia che sorprese molti ma forse da molti era attesa come una sorta di via di uscita, come un esodo possibile verso un tempo di rinnovato ascolto e di rinnovata fedeltà nella Chiesa di Cristo. Un concilio non è mai facile da digerire e da metabolizzare… come avviene per la digestione fisica, non è assolutamente strano che sopraggiunga qualche momento di sonnolenza: bisogna semplicemente accettare di riposare un poco oppure prendere un bel caffè per riprendersi.
Una cosa rimane assai importante perché il tempo della metabolizzazione non si trasformi in un momento di disaffezione: non dimenticare da dove nasce l’intuizione e la celebrazione del Concilio Vaticano II. Ogni Concilio cerca di rispondere – a suo modo – a delle urgenze e nasce in un contesto preciso. Il Concilio Ecumenico Vaticano II fiorisce nel deserto di ciò che la Seconda Guerra Mondiale aveva lasciato dietro di sé con i grandi interrogativi sull’uomo e quindi su Dio.
Ciò che era avvenuto al cuore della Christianitas negli anni del nazismo ha profondamente scosso la nostra coscienza di Chiesa e ci ha permesso così di andare oltre noi stessi per riscoprire il seme nascosto del Vangelo e dare delle risposte più autentiche alle domande poste dalla nostra stessa storia. Lungi da noi il dimenticare il nesso imprescindibile tra ciò che lo Spirito ha suggerito alla Chiesa nella celebrazione del Concilio e il mistero di male che come Chiesa abbiamo dovuto attraversare e affrontare prima del Concilio. Dimenticare è sempre regredire, dimenticare è sempre rischioso.
Fratel MichaelDavide, OSB