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gen 9

Scritto da: Felice Di Lernia
09/01/2009 11.12

Il sociale (mi riferisco al lavoro sociale, ai soggetti attivi nel sociale, all’intraprendenza sociale, non ai fenomeni sociali né al capitale sociale) ha profondamente mutato negli ultimi anni la sua forma ridefinendo, a volte radicalmente, la sua funzione.
La mutazione più mostruosa del sociale attuale sta nella forma di soggettività politica assunta come statuto della propria azione.
Tra la fine degli anni settanta e i primi anni novanta cresce e si diffonde ovunque un modo di fare sociale che assume le criticità del sistema e interviene per produrre mutazione. Il sociale nasce cioè come elemento non festivo di trasformazione della realtà, non episodico, ma feriale, ordinario, quotidiano. Al punto che in migliaia decidono di fare del sociale il proprio lavoro, la propria vita.
Con la seconda metà degli anni novanta, in coincidenza con il superamento del paradigma della politica e con l’avvento della post-politica, ha inizio la traiettoria discendente della parabola: a partire da una malintesa idea di impresa, il sociale assume come fondata la consegna ricevuta di volta in volta dalla committenza pubblica (enti locali, regioni, ministeri) e, acriticamente, senza interrogarsi né sulle ragioni né sulle conseguenze del proprio intervento, eroga il servizio per cui è pagato. Il sociale cioè diventa elemento di adattamento alla realtà. In questa opzione post-politica, il pensiero, l’analisi e la proposta assumono la forma della festa (dunque dell’effimero, della sospensione dell’azione, della pausa).
Il sociale trasforma se stesso e diventa mostruoso proprio quando rinuncia a trasformare la realtà e vi si adatta. È necessario questo paradosso della mutazione?

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5 commenti finora...

Il sociale e il mondo

Credo che l'analisi di Felice sia sintomatica del malessere che oggi attraversa buona parte del mondo sociale, specie quello teoricamente più libero ma che paradossalmente diventa sempre più aderente allo status quo: il privato sociale.
Si è sempre fatto un gran parlare delle prerogative dello stato, degli enti locali in materia di interventi sociali, del fatto che il privato sociale doveva collaborare ma non sostiursi, che doveva assumere un ruolo di prossimità alla gente, che doveva ergersi a difesa dei diritti negati dei più sfortunati... Oggi invece in convenzione con gli enti pubblici gestisce servizi, partecipa a gare pubbliche... pian piano gestisce una gran parte dei cosiddetti servizi pubblici. Ciò lo ha portato a gestire servizi rispondendo sempre più agli "indirizzi" dell'ente appaltante, sperimentando sempre di meno, difendendo sempre meno i diritti delle persone... Chi deve dare voce a chi non ha voce, chi deve sperimentare nuove metodiche di intervento, chi deve contrastare la deriva del rispetto dei diritti, chi deve difendere i più indifendibili, chi deve concedere speranza a chi non l'ha? Dobbiamo tutti soffernarci a riflettere, a rimodulare il nostro pensiero, a collegarlo alle idealità che ci appartengono ma che sono sopite nel "dobbiamo vivere la nostra realtà". Credo che sia urgente soffermarci, pensare, confrontarci e.. scegliere nuovamente il nostro ruolo in una società sempre più in crisi di idealità. Credo che si debba contrastare l'attuale mutazione e nello stesso tempo fare i conti con i posti di lavoro da salvaguardare, con le scelte forti che molti vivono nel privato sociale e con le urgenti esigenze di giustizia sociale che ci vengono proposte quotidianamente.

Da francesco depalo su   12/01/2009 9.07

Il sociale... ad esempio

Non solo, ma ciò che più mi colpisce è quanto il sociale, che culturalmente dovrebbe offrire contributi alternativi alle regole del mercato competitivo, ha invece assunto le stesse regole trasformando il sociale stesso in mercato. Questo significa che la "persona" che è soggetto e oggetto di diritti/doveri ma diventa "prodotto", la "cura" diventa "consumo", e via dicendo. Esempio lampante sono le tante vertenze di operatori ed educatori nei confronti delle Coop. presso cui hanno prestato servizio per compensi bassissimi o mai ricevuti. Un turn over di professionalità che non aiuta a crescere nessuno, nè le cooperative, nè il personale, nè l'utente, nè la politica. Come dire....è un sociale "al minimo ribasso", come piace alla politica.

Da rosa ferro su   12/01/2009 9.07

Il sociale... ad esempio

volevo dire "massimo ribasso"

Da rosa ferro su   12/01/2009 9.07

Con i piedi nel piatto

La provocazione lanciata da Felice di Lernia è uno degli interrogativi che più mi invitano a una riflessione profonda sul lavoro che, di fatto, svolgo tutti i giorni, quello di presidente di una cooperativa sociale e di sociologo che non disdegna sporcarsi le mani con le contraddizioni della vita e della società in cui vive.

Dice Felice"Il sociale trasforma se stesso e diventa mostruoso proprio quando rinuncia a trasformare la realtà e vi si adatta.

Sembra quasi un giudizio finale, ma, invece, è un forte grido di allarme da leggere tutte le mattine prima di inziare a lavorare nel sociale.

Siamo sommersi dalla retorica della responsabilità sociale dell'impresa e dall'esplosione dei bilanci sociali e surfando su questa onda eticheggiante, in primis molte cooperative, ritengono di non aver bisogno di verificare il proprio operato dal punto di vista dell'utilità sociale, considerandosi di diritto tra i benefattori da ringraziare.

Proprio il venir meno dello Stato e dei vari Enti pubblici sul versante della gestione dei servizi, scelta dettata più da ragioni economiche che da una convinzione seria fondata sul concetto sano di sussidiarietà, ha determinato una sorta di appiattimento di buona parte del terzo settore, chiamato spesso a eseguire ordini più che a esprimere soggettività e a fornire prodotti standardizzati più che a contribuire a un serio innalzamento della qualità del servizio e della vita sociale.
Non sono certo uno che si scandalizza di fronte all'espressione impresa sociale, vivendola tutti i giorni con le sue contraddizioni. Vedo quotidianamente che l'andazzo di molti servizi pubblici, al di là di chi ci lavora, raramente riesce a svolgere un ruolo di servizio sociale efficiente, economico e ad alto valore aggiunto sul versante relazionale. Ma non vorrei nemmeno ideologizzare questa presa d'atto e cadere nella sterile e noiosa diatriba tra pubblico e privato, piuttosto mi rendo anche conto che esiste una fetta di cosiddette cooperative sociali fondata sullo sfruttamento, un'altra fetta che non esprime un briciolo di originalità e contribuisce allo statu quo, una fetta che dà un colpo al cerchio e un colpo alla botte e non sempre riesce a fare quello che desidererebbe e così rimangono solo poche realtà che sostanzialmente stanno faticosamente, ma con determinazione interpretando il ruolo innovativo di impresa sociale ancorata a valori semplici che vedono nel lavoro di coesione della comunità e di welfare non assistenziale uno stimolo al continuo miglioramento.
Ma chi riesce a fare questo lo può fare solo se, negli anni, è riuscito a sgravarsi della dipendeza dagli enti pubblici, se ha saputo dotarsi di un capitale sociale inteso come sintesi di economia, capacità finanziaria e know how di grande qualità.

La politica non ha aiutato questo processo, perchè, di solito, tranne casi illuminati, preferisce alimentare la dipendenza per mantenere il controllo della situazione.
In più, negli ultimi anni, si è registrato un fenomeno assurdo in cui l'ente pubblico, incapace di rispondere ai bisogni della popolazione, ha passato la patata bollente alle cooperative sociali con appalti al continuo ribasso e con condizioni finanziarie che hanno trasformato le cooperative stesse in banche, senza però i benefici di cui godono le banche.

Di fronte a questa situazione, presentata nella sua concretezza e crudezza, diventa ancora più importante chiedersi se l'azione sociale delle cooperative e dei suoi operatori ha avuto o potrà avere un ruolo veramente significativo nel cambiamento sociale, nella qualità della vita delle persone e delle comunità. Sarebbe veramente mostruoso che non si inizi una seria valutazione in questo senso e, perchè no, vengano promosse ricerche, studi, approfondimenti che sappiano valorizzare le esperienze che creano profitto sociale e che denuncino in modo chiaro e inequivocabile chi ha solo il business come obiettivo, usando l'essere Onlus come paravento o come strumento machiavellico.

Sono convinto, d'altra parte, che la crescita sociale di un Paese non sia delegabile a nessuno, politico o cooperatore sociale che sia. Tutti noi siamo responsabili del nostro futuro e anche le vere imprese profit, quelle che sanno rischiare nel rispetto delle persone e dell'ambiente hanno un ruolo che può essere molto incisivo per il miglioramento della qualità sociale.

Forse una proposta ardita, ma a mio avviso potenzialmente generativa di idee di trasformazione, potrebbe essere quella di far incontrare le imprese profit e non profit per iniziare a pensare insieme, con il coinvolgimento dei cittadini, progetti, servizi e prodotti di effettiva utilità individuale e sociale. Piccoli passi di tante persone cambiano il mondo lentamente, ma inesorabilmente.

Da Alberto Terzi su   15/01/2009 9.47

Il sociale nell'ultima crisi del sistema

Ho letto con molta attenzione gli interventi di Felice e di Rosa. Mi permetto di intervenire con un'altra angolatura che è quella di affrontare le metamorfosi del sociale attraverso le crisi del sistema. Negli anni '90 la risposta del sociale alla crisi della polltiica è un dato oggettivo. Si salvò la politica a discapito della "profezia" del cambiamento. dopo un decennio ci ritroviamo con la radicalità dell'antipolitica generata dal sistema dei partiti sopravvisuti. Il sociale che ha perzo la "profezia" ha ridotto lo spazio alle nuove gnerazioni le quali vivono appunto le "onde" della protesta. L'altro aspetto "volontariato/impresa sociale" è figlio della mutazione autonoma ed eteronoma dei soggetti coinvolti. I soggetti che hanno gestito questa hanno dovuto are i conti con lo Stato che cambiava natura. La crisi che viviamo ci fa alzare le sguardo oltre i confini locali. Il sociale è sbalzato nella domanda della trasformazione del sistema e non della sua conservazione. Gli strumenti per farlo non appartengono soltanto alla politica, ma anche all'economia, alla cultura. Un'impresa sociale deve marcare la "differenza altra" dall'impresa "individuale" e di "gruppo". Uscire dalle logiche di lobby, assumere il ruolo di interlocutore dei penultimi e degli ultimi, rimuovendo le cause dell'emarginazione e dell'esclusione. Se si diventa "sentinelle" degli ultimi e per dare a questi il diritto di parola, oggi negato e affogato nella chiacchiera dei media. Ha ragione Atnonietta Potente nel proporci la scrittura di una mistica politica. Mi sono chiesto chi sono questi? Forse sono coloro che vengono dalla grande tribolazione degli sbarchi? Forse sono coloro ai quali non c'è più posto? O forse sono i generati che non trovano più nè luoghi ma soprattutto adulti capaci di donare loro i propri sogni con nuove narrazioni? Intanto cari amici cerchiamo insieme di uscire dal sistema capitalistico in quanto questi si è suicidato. Con affetto.

Da Franco Ferrara su   26/01/2009 10.18

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