Stampa   
 Catalogo
  
 On line con noi
  
 Promozioni in corso
Proposte per la scuola media superiore a.s. 2011/2012Download
Giornata della memoria 2012Download
  
  
 Ricerca

Autore:
Titolo:
Argomento:
Libri da sfogliare:
  
 Elenco dei blog
  
 Blog
feb 17

Scritto da: edizioni la meridiana edizioni la meridiana
17/02/2009 10.17

  • il primo è lo stereotipo della crisi, cioè dell’eclissi del culturale, la fine delle regole e delle “differenze” gerarchiche e funzionali che definiscono gli ordini culturali. Gli individui tendono a farsi folla indifferenziata e invece di incolpare se stessi tendono a incolpare la società nel suo insieme. I crimini più frequentemente invocati sono sempre quelli che trasgrediscono i tabù più rigorosi, relativamente alla cultura considerata: incesti, stupri, bestialità o crimini religiosi. Secondo Girard si finisce per convincersi che un piccolo numero di individui, persino uno solo, possa rendersi estremamente nocivo all’intera società, malgrado la sua debolezza relativa. La folla per definizione cerca l’azione. L’opinione pubblica isterica, che ancora non si è fatta folla violenta, inverte il rapporto tra la situazione globale della società e la trasgressione individuale. Invece di vedere nel microcosmo individuale un riflesso o un’imitazione del livello globale, essa cerca nell’individuo la causa e l’origine di tutto ciò che la ferisce.
  • Il secondo stereotipo è quello delle accuse stereotipate: non importa che le persone accusate abbiano realmente commesso il crimine, importa la credenza nei loro confronti: ovvero non è necessario stabilire la prova. 
  • Il terzo stereotipo invece riguarda l’appartenenza delle vittime della persecuzione a certe categorie di per sé già esposte a subirla: minoranze etniche o religiose o anche portatori di problemi fisici ( la malattia, la follia, le deformità, l’infermità). Quando l’opinione pubblica di un paese ha scelto le sue vittime in una certa categoria sociale, etnica o religiosa tende ad attribuire a questa le infermità e le deformità che rafforzano la polarizzazione. Questa tendenza sfocia poi in caricature razziste. Oltre a un’anormalità fisica vi è anche un’anormalità sociale in quanto è la media che definisce la norma. Più ci si allontana dallo statuto sociale più comune più aumentano i rischi di persecuzione. La persecuzione e l’odio si scatenano quando non è l’altro nomos che si vede nell’altro, ma l’anomalia, non è l’altra norma, ma l’anormalità; l’infermo si muta in deforme e lo straniero in apolide, la donna in oggetto, il sud in un peso. Il non vedere l’altro come portatore di un sistema differente ma anormale non permette di poterlo distinguere come differente dal proprio sistema, ciò mette in crisi il sistema stesso perché non sa più come differenziarsi e rischia di cessare come sistema. Così le persecuzioni servono a chi le mette in atto anche solo verbalmente a riposizionarsi come gruppo minacciato dalla crisi identitaria del suo sistema che non sa più come differenziarsi dalle altre differenze.

Ecco siamo qui. Abbiamo bisogno di sentirci minacciati perché avvertiamo fino in fondo la debolezza del nostro nomos. Non è questione di razzismo. É questione più ambigua di identità. Come ne usciamo?

 

 

 

Tags:

2 commenti finora...

Non siamo razzisti ma…

Non sono razzista ma... «tutti gli zingari rubano, le donne dell’est ci portano via il lavoro e gli uomini, i nord africani si lavano poco e i rumeni sono proprio delle bestie...». Ogni giorno in autobus, in treno, in coda allo sportello, cresce l’insofferenza verso il prossimo...e in quel "ma" si nascondono una valanga di luoghi comuni, paure e stereotipi. C’è un’aggressiva pronta ad esplodere per un parcheggio o un ritardo... È come se si fosse smarrito ogni buon senso, aperta una guerra tra poveri mentre il paese naufraga a colpi di decreti legge, potenti impuniti, illegalità diffusa. Sembra necessario riprendersi le piccole responsabilità quotidiane. Testimoniare la fiducia e uno sguardo curioso verso “l’altro”, parlare con il vicino, diventare mediatori di conflitti, non accontentarsi dell’informazione che ci propinano... Bisogna provarci per non lasciare che la realtà diventi l'incubo violento che ogni giorno ci raccontano.

Da Monique Pistolato su   03/03/2009 10.09

Nonviolenza

Se il tentativo delle società, nei momenti di crisi, è di individuare un nemico esterno e visibile su cui proiettare il male che la incalza, che non è il male metafisico ma il disordine e la tensione generati dall'ingiustizia e dal rinforzo dei meccanismi egoistici piuttosto che di quelli solidali, allora la soluzione è guardarsi dentro, fare autocritica, scegliere la nonviolenza rispetto alla violenza (che significa farsi carico della propria quota di "violenza sistemica", sopportarla, piuttosto che scaricarla all'esterno, cioè sugli altri o sull'ambiente), sopportare questo peso piuttosto che liberarsene. Questo costa fatica ed fa andare avanti ad un ritmo più lento, ma è quel modo di camminare (cioè di vivere) che, se agito da tutti, porterebbe automaticamente ad una drastica diminuzione del tasso di violenza nella società. Tutto ciò si chiama, da almeno 60 anni (da quando cioè Gandhi l'ha sistematicamente teorizzato ed applicato), nonviolenza. E' l'unica strada, a mio parere, per uscire dalla crisi, non solo quella economica di questi mesi ma in generale dalla crisi del sistema produttivo e di valori in cui ci troviamo: o ci riassumiamo, ciascuno nella propria dimensione, la nostra fetta di responsabilità oppure il sistema della convivenza umana ed ambientale rischia di scoppiare. Gandhi parlava di un cambio del paradigma anche per la cultura occidentale, molto incentrata - e giustamente - sulla cultura del diritto; lui sosteneva che era necessario, per salvare il mondo, passare dalla cultura del diritto a quella del dovere; prima il mio dovere, poi tutto il resto verrà. Ciò richiama l'esortazione di Cristo nel Vangelo: "Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in aggiunta". Nella frase di Cristo, come nella visione di Gandhi, Dio torna ad avere il suo posto come referente e come valore guida. Un mondo equilibrato a mio parere è anche un mondo che dà al trascendente (inteso anche come fiducia/mistero del futuro) il suo posto. Non basta lo scientismo a spiegare tutto.

Da Galimbo su   03/06/2009 5.48

Il tuo nome:
Titolo:
Commento:
Security Code
Inserisci il codice mostrato nel box qui sotto
Aggiungi commento    Annulla  
  
 Seguici su

         

  
Progetto per “Cittadinanza e Costituzione”Download
Percorso di educazione alla legalità a.s. 2011/2012Download
  
 Stampa   
  
  
 Archivio blog
 Stampa   
 Ricerca nei blog
 Stampa   
  
Catalogo in pdfDownload
  
 Appuntamenti
 
Mostra tutti
  
Copyright 2008 by edizioni la meridiana - P.IVA 03633700723 - Powered by Sud Sistemi srl